Pitture "termiche" e al grafene: prestazioni, limiti e aspettative

Mercato delle finiture edilizie: una lettura tecnica e oggettiva per rispondere in modo corretto alle aspettative della clientela

Pitture "termiche" e al grafene: prestazioni, limiti e aspettative

Negli ultimi anni il mercato delle pitture edilizie è stato attraversato da una crescente attenzione verso prodotti definiti “termici”, “termoisolanti” o, più recentemente, “al grafene”. A questa attenzione non ha però sempre corrisposto un adeguato livello di chiarezza tecnica. Al contrario, campagne di comunicazione sempre più aggressive hanno spesso semplificato o amplificato concetti complessi, generando aspettative elevate in una clientela che difficilmente possiede gli strumenti per valutare in modo critico le reali prestazioni dei prodotti. In questo contesto, i professionisti della posa e le aziende del settore si trovano oggi a dover rispondere a domande legittime, ma basate su informazioni frammentarie o fuorvianti, con il rischio concreto di promuovere soluzioni che, dal punto di vista energetico, non sono in grado di mantenere le promesse.

Per fare chiarezza è necessario partire da un presupposto fondamentale: sotto l’etichetta di “vernici termiche” convivono prodotti profondamente diversi per principio di funzionamento, finalità e prestazioni. In alcuni casi si tratta di pitture che incorporano additivi funzionali, in altri di veri e propri sistemi tecnologici che sfruttano la pittura come supporto. Confondere questi ambiti significa alimentare ulteriore ambiguità.

Un primo filone, oggi molto discusso soprattutto in Italia, riguarda le cosiddette pitture al grafene impiegate come sistemi di riscaldamento superficiale. In questo caso non siamo di fronte a un materiale isolante, ma a una pittura conduttiva che, una volta applicata e collegata a un impianto elettrico tramite elettrodi, genera calore per effetto Joule. Il principio fisico è noto: il passaggio di corrente attraverso un materiale conduttivo produce calore, che in questo caso viene diffuso sotto forma di irraggiamento infrarosso a onde lunghe. Il comfort termico non deriva quindi dal riscaldamento dell’aria, ma dall’irraggiamento diretto delle superfici verso le persone e gli oggetti presenti nell’ambiente.

I produttori di queste soluzioni citano temperature superficiali che, in condizioni di test, possono superare i 100 °C e consumi elettrici dell’ordine di alcune decine di watt per metro quadrato. In termini teorici, ciò potrebbe rendere questi sistemi competitivi con altre forme di riscaldamento elettrico e, in alcune simulazioni, anche con soluzioni più evolute come le pompe di calore. Tuttavia, è fondamentale sottolineare che questi dati derivano quasi esclusivamente da test di laboratorio, prototipi o simulazioni condotte in condizioni controllate. Ad oggi non esistono norme edilizie armonizzate che consentano di confrontare in modo oggettivo e ripetibile queste pitture-radianti con altri sistemi di riscaldamento, né protocolli standardizzati per valutarne la resa energetica su edifici reali, la durabilità nel tempo o il comportamento in condizioni di utilizzo quotidiano. Di conseguenza, qualsiasi valutazione deve essere affrontata con cautela e supportata da misurazioni indipendenti e verificabili.

Accanto a queste applicazioni, esiste un secondo ambito di utilizzo del grafene nelle pitture, spesso meno appariscente dal punto di vista comunicativo ma tecnicamente più consolidato. In questo caso il grafene viene impiegato come additivo funzionale all’interno di pitture tradizionali, con l’obiettivo di migliorare alcune proprietà del film verniciante: maggiore resistenza meccanica, migliore protezione anticorrosiva, incremento della durabilità e della resistenza all’umidità o agli agenti atmosferici. In alcuni contesti industriali specifici, il grafene può anche favorire una migliore dissipazione del calore. Tuttavia, in queste applicazioni il grafene non genera calore e non svolge alcuna funzione di riscaldamento o di isolamento termico in senso edilizio. Il suo ruolo è quello di modificare le caratteristiche del materiale, non di trasformarlo in un sistema energetico.

Per comprendere i limiti e le potenzialità reali di queste soluzioni è necessario richiamare alcuni principi di base della fisica dell’isolamento termico. L’isolamento di un edificio dipende essenzialmente dalla resistenza termica dei suoi componenti, che è funzione della conducibilità termica del materiale e del suo spessore. Anche ipotizzando una pittura con una conducibilità molto bassa, lo spessore applicabile – dell’ordine di decimi di millimetro – è talmente ridotto da rendere il contributo alla resistenza termica complessiva praticamente trascurabile. Per raggiungere le prestazioni di pochi centimetri di un materiale isolante tradizionale, una pittura dovrebbe avere spessori incompatibili con qualsiasi applicazione realistica oppure valori di conducibilità che, allo stato attuale della tecnologia, non sono disponibili sul mercato.

Questo ragionamento vale non solo per le pitture al grafene, ma anche per le cosiddette pitture termoisolanti diffuse da anni, spesso a base di microsfere ceramiche o minerali. La letteratura scientifica e le sperimentazioni indipendenti concordano nel rilevare che tali prodotti, quando valutati in termini di isolamento invernale, presentano prestazioni molto simili a quelle di una pittura tradizionale. Gli eventuali miglioramenti sono limitati a variazioni marginali della temperatura superficiale e si traducono in risparmi energetici contenuti, generalmente dell’ordine di pochi punti percentuali. In molti casi, il tempo di ritorno dell’investimento, se confrontato con soluzioni di isolamento strutturale, supera ampiamente la vita utile dell’edificio.

Ciò non significa che queste pitture siano prive di qualsiasi utilità. In particolari condizioni climatiche e di esposizione, i rivestimenti con elevata riflettanza solare possono contribuire a ridurre il surriscaldamento estivo delle superfici esterne, abbassando la temperatura superficiale di uno o due gradi e migliorando il comfort interno. Analogamente, alcune pitture possono favorire una maggiore uniformità della temperatura superficiale delle pareti interne, riducendo il rischio di condensa e la formazione di muffe. Si tratta però di benefici legati al comfort e alla gestione microclimatica degli ambienti, non di un vero isolamento termico paragonabile a quello ottenibile con cappotti, intercapedini isolate o serramenti ad alte prestazioni.

Il problema nasce quando questi effetti, reali ma limitati, vengono comunicati come se fossero equivalenti a un intervento di isolamento energetico strutturale. In assenza di riferimenti a metodi di prova standardizzati, dichiarazioni come “riduce i consumi del 40%” o “isola come un cappotto” diventano difficilmente verificabili e, soprattutto, non confrontabili tra prodotti diversi. Per i professionisti della posa questo rappresenta un rischio concreto, perché espone a contestazioni da parte della committenza e mina la credibilità dell’intero settore.

Per questo motivo, in un mercato che si sta rapidamente affollando di soluzioni innovative e promesse seducenti, è fondamentale riportare il confronto su un piano tecnico e misurabile. Ogni prodotto che dichiari benefici energetici dovrebbe essere accompagnato da dati chiari sulla conducibilità termica del materiale applicato, sulle condizioni di prova utilizzate, sui consumi reali nel caso di sistemi attivi, sulla durabilità e sulla sicurezza. Senza questi elementi, la distinzione tra innovazione reale e semplice marketing resta impossibile.

Lo stato dell’arte, oggi, suggerisce quindi una posizione equilibrata. Le pitture al grafene e le cosiddette vernici termiche non possono essere considerate, in sé, soluzioni isolanti in grado di sostituire interventi strutturali sull’involucro edilizio. Alcune applicazioni innovative, come i sistemi radianti elettrici integrati nella pittura, mostrano potenzialità interessanti, ma necessitano ancora di validazioni normative e sperimentali indipendenti. Le pitture con additivi funzionali possono migliorare durabilità, comfort e comportamento superficiale degli edifici, ma i loro effetti energetici restano limitati.

Per i professionisti e per le imprese del settore, la sfida non è quindi quella di rincorrere ogni nuova promessa, ma di saper distinguere tra ciò che è tecnicamente dimostrato e ciò che è ancora in fase sperimentale o comunicativa. Solo attraverso una valutazione oggettiva, basata su dati misurabili e confrontabili, sarà possibile rispondere in modo corretto alle aspettative dei clienti e contribuire a un mercato più trasparente, credibile e orientato alla qualità reale delle prestazioni.

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